L' arretratezza culturale dell ' intellighenzia bolognese ha ingabbiato l' opera grandiosa di Fortuzzi entro gli schemi provinciali, parrocchiali, delle incontaminate origini umane. Nella ultima opera monografica del 1990, gli ayatollah dell'alma mater, allo unisono hanno sentenziato criticamente che la sua Pittura punta sulla rivisitazione dell' infanzia con una ingegnosa ingenuità. Fortuzzi quando disegna i suoi tricheciotteri tenderebbe a riportare a nuova vita gli archetipi che giacciono silenziosi e inattivi nei più recessi anfratti della psiche. L' opera di Fortuzzi rappresenterebbe il mondo dell' infanzia, dove l' innocenza e la giocosità sono i protagonisti.

Nulla è più falso. Purtroppo i critici che si sono a tutt' oggi interessati di Fortuzzi sono stati incapaci di mettere a fuoco la sua genialità perché affetti da conformismoregressivo (vanno avanti guardando indietro). Nella pittura di Ernesto Fortuzzi non c' è nessun ritorno al primitivo, alle origini, al paradiso terrestre. Le sue opere non conoscono l' involuzione perché la sua arte è devoluzione radicale; i sui orizzonti sono post-umani e non pre-umani. E non solo. Le sue opere vanno oltre anche alla morte dell' uomo. Egli ha capito che anche nella tomba non tutto è ancora perduto: i vermi hanno ancora tanto da fare. Ha scoperto che nella morte come nella malattia c' è qualcosa non solo di vitale, ma di troppo vitale: la decomposizione di un cadavere è un processo che ricorda le grida atroci dei moribondi che non vogliono morire.

Per evitare tutto ciò, alle sue opere ha riservato i trattamenti che, nel passato, i frati Capuccini di Palermo riservavano ai cadaveri. Questi venivano svuotati, distesi, prosciugati, essiccati e levigati. Diventano cosa, pelle essiccata totalmente autosufficienti nella loro perfezione estetica ed erotica. Sono oggetti che non mirano a diventare soggetti mediante la dialettica. Si beano della loro oggettività inorganica eterna. Per alcuni aspetti sono simili alle spogliarelliste dei nigh club: sono simulacri condannati, nella loro bellezza statuaria, a raggiungere performances di valenza artistica solo in totale solitudine: senza autoerotismo e distacco totale del pubblico il corpo femminile non raggiunge la perfezione estetica del corpo senziente, ovvero del sex appeal dell' inorganico.

Fortuzzi, la capacità di generare una pittura inorganica ( i soggetti che dipinge sono solo dei simulacri di vita) l' ha raggiunta grazie al suo modo di esistere. Infatti in questo grande artista non si può dividere l' uomo dall' artista: sono un tutt' uno. Nel suo vivere ai movimenti verticali, ascendenti verso il divino e discendenti verso l' animale, ha sostituito un movimento orizzontale verso le cose. Per lui dio e gli animali sono ancora troppo umani. Diventare dio o un animale, puntare sulla sopraelevazione o sull'imbestialimento significa per lui rimanere ancora nella visione antropomorfica del cosmo. Ciò che caratterizza l' universo non sono i lamenti degli organici ma i silenzi e le musiche elementari di tutto ciò che è inorganico. Egli pensa ad es. che Gassman è riuscito a trasformarsi in cosa ("mi sento come un sasso"), a trasformare il suo corpo "in guscio vuoto", in strumento vocale puro, elementare, cosmico, inorganico, solo nella senilità. La perfezione artistica V. Gassman insomma l'ha raggiunta con molta fatica e solo nella vecchiaia (oramai è in depressione cronica) proiettando il suo corpo e la sua voce nel post-umano. Fortuzzi ha raggiunto questa perfezione quando ha iniziato a dipingere (e forse anche prima). Si è subito reso conto che la mente può essere deviata dal ricordo o dall' attesa, ma il corpo no; il corpo non inganna. Non gli interessa sentirsi né dio né animale, ma cosa senziente. La forza motrice di questo processo grandioso verso l'arte post-umana (non ha nulla a vedere con l' arte post-moderna) gli viene fornita dalle sue tossicomanie.

Il sentirsi neutro del farsi cosa lo troviamo nella sua vita. La sua vita da bohémien gli ha dato la grande forza di sentire il proprio corpo come una cosa; il corpo gli è estraneo quanto una veste. In lui i sensi sono ormai indipendenti e autonomi rispetto l' organismo. Dire carne per lui significa far riferimento a qualcosa di corruttibile, caduco, temporaneo. E per questo i sui quadri raffigurano solo vesti, manichini, maschere prive di ogni organicità. Sono forme che ricordano crisalidi vuote, lontane dalla vita come le mummie sopra citate. Ponendosi le sue opere al di qua e al di là dell' organico (del vitale) esse si affermano come entità reali che non hanno bisogno né della spiritualità , né dell' operosità umana. E non solo. Come i movimenti degli astri non causano musica, ma sono essi stessi musica. La musica che i suoi quadri evocano si installa nell' hardcore, nello stesso ambito dove oramai si esprime ad esempio il nocciolo duro della sonorità del rok progressivo. Quindi la sua musica non consiste in una esibizione delirante di urla, affanni e gemiti sensuali: ha raggiunto il distacco da ogni realtà umana e quindi si rivolge alle cose, o agli uomini senzienti.
Ovviamente anche se grandiosa la sua arte è spesso cupa e tenebrosa, perché essa si confronta non con il mondo divino e col mondo animale, che sono in ultima analisi rassicuranti, perché quasi umani, ma con il mondo inanimato e opaco delle cose, cui sembra preclusa ogni possibilità di redenzione e di riscatto. I sui quadri sono oggetti senzienti: loro ci vedono e ci concupiscono (in ogni sua tela quasi sempre c' è almeno un grande occhio che ci riprende come una telecamera). Il visitatore non può fare altro che subire il loro sguardo e considerare che la più grande molestia non è certo il loro interesse, ma la loro noncuranza nei nostri confronti. La musica elementare, post-umana generata dalle sue opere si raccorda con le melodie degli astri, con i silenzi siderali, con la grandezza del cosmo. Chi non viene invitato a partecipare alla visione dell' arte diventata organicità senziente e sonora sa di essere un totalmente altro rispetto al mondo dell' arte. I tricheciotteri di Fortuzzi non hanno bisogno del plauso dei critici perché ormai sono esseri post-umani: i critici come i visitatori sono veduti e goduti dalle opere, e non viceversa.

Vittorio Taruffi

Fortuzzi dr. Ernesto
Via Caduti di Amola, 24
40132 Bologna - Italia
Tel. +39 51 403768

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